Laurea

Transizioni occupazionali e nuove professioni

Dal tempo indeterminato al tempo determinato

Fino a qualche decina di anni fa, quando il mercato del lavoro era molto fiorente e non c’era traccia della crisi, nella normalità il contratto era di tipo indeterminato. Il lavoratore da studente si specializzava in un settore e nello stesso solitamente terminava la propria carriera lavorativa. Molto spesso terminava la carriera lavorativa addirittura nella stessa azienda dove l’aveva iniziata. Normalmente andava in pensione con una serie di aumenti previsti vuoi per scatti di anzianità, vuoi per sempre maggiori responsabilità.

Il mercato del lavoro in evoluzione

Oggi il mercato del lavoro è sempre più frenetico. Di conseguenza i corsi di preparazione al lavoro non sempre sono aggiornati al mercato del lavoro che cambia in maniera così repentina. Cresce il numero di laureati (soprattutto in corsi triennali ma sempre più in master). Le conseguenze dirette di questo fenomeno sono che:

  • sempre più giovani trovano lavoro più tardi;
  • sono sempre più specializzati in un determinato settore che al momento del termine degli studi può non essere più così richiesto;
  • i corsi (specie quelli non a numero chiuso) sono sempre più frequentati e dunque la domanda per quel settore lavorativo sarà sempre molto maggiore della richiesta;
  • iniziando tardi il loro percorso lavorativo devono competere con chi è in quel settore da molti più anni di loro e quindi dal lato pratico è molto più preparato;
  • spesso ci si trova di fronte a corsi di laurea che già partono non aggiornati all’offerta lavorativa richiesta;
  • gli ordinamenti diventano “vecchi” e poi “vecchissimi” nel lasso di soli 10 anni.

L’evoluzione dei settori di applicabilità

Certi corsi, è vero, non possono subire modifiche sostanziali. Pensiamo ad esempio a corsi di laurea in scienze naturali, oppure in ingegneria chimica. Certamente le basi di uno o dell’altro sono le stesse, anche a distanza di molti anni. Quello che cambia sono i settori di applicabilità di ogni singolo corso di laurea, e dunque se vogliamo le specializzazioni. In quest’ottica perciò, sono le specializzazioni che dovrebbero cambiare in funzione della richiesta lavorativa di quel determinato settore. Ed anche in quello specifico periodo.

In sostanza, per poter competere e trovare il proprio spazio, il neolaureato deve combattere con tutte le forze. Inoltre, se vuole rimanere nel proprio settore, dovrà fare la gavetta per più che qualche anno, sotto forma di stage o tirocinio, generalmente sottopagato e con bassi margini di continuità. Insomma, il rischio di incappare nella precarietà è dietro l’angolo.

Molti neolaureati si trovano così costretti a cambiare le loro prospettive future, per applicarsi in altri settori. Devono avere la capacità di riadattarsi alle richieste, portando in sé un bagaglio culturale che non sempre può essere sfruttato dal punto di vista lavorativo, se non marginalmente.

Il tempo determinato: una continua evoluzione del lavoratore

Tra le conseguenze di questo scenario attuale, ma anche in funzione del cambiamento del mercato del lavoro, sempre più spesso il lavoro è a tempo determinato. A volte i tempi di assunzione sono brevissimi (qualche giorno o una settimana). I lavoratori si trovano così a dover repentinamente cambiare non solo azienda, ma anche settore. La situazione sempre più frequente diventa quindi quella di cambiare esperienza lavorativa frequentemente (e non per scelta). Nelle diverse fasi di transizione tra un “tempo determinato” e l’altro, il lavoratore dovrebbe costantemente rimanere formato ed informato. Questo perché il passaggio non sia percepito come negativo ma come una continua evoluzione. Per fare ciò deve esserci la giusta sinergia tra fase di orientamento e formazione, tra politica, centri per l’impiego e aziende.

Le nuove professioni

Determinati settori lavorativi sono destinati a scomparire, come determinate mansioni. Per contro, ne compariranno di nuovi, e il mercato del lavoro sarà costretto ad adeguarsi sempre più repentinamente. Passi avanti sono già stati fatti verso lo smart working, oggi regolamentato. Così, dovranno evolversi anche i contratti lavorativi, in funzione dei cambiamenti futuri. Il mercato del lavoro è e deve essere in divenire.

Come già detto in questo articolo, le macchine non andranno a sostituire la forza-lavoro, ma ad integrare la stessa, in modo che persone e macchine insieme potranno collaborare. Infatti il ricorso al machine learning potrebbe vedere la nascita di nuove figure professionali, con competenze anche più complesse di quelle del personale oggi presente nelle imprese. Ad oggi, inoltre, il ricorso a tecnologie di intelligenza artificiale da parte di alcune aziende non deve preoccupare, in quanto è avvenuto più come leva competitiva esterna che non per aumentarne la produttività interna.

 

_Elena

sicurezza informatica

Smart working e sicurezza informatica

La giusta collaborazione tra azienda e lavoratore agile

Da momento che le reti aziendali sono sempre più attaccabili dal punto di vista informatico, è come detto nell’articolo precedente, necessario che l’azienda dia al dipendente i giusti strumenti di sicurezza informatica. Il lavoratore dal canto suo deve essere preparato per evitare questi attacchi. Un lavoratore può infatti, lavorando da remoto, fare danni, involontari ma anche ingenti da questo punto di vista, se non conosce le precauzioni che può prendere. Deve fare sì di non rendere vulnerabile la rete che utilizza.

In che modo? Ecco alcune soluzioni.

  • Utilizzando punti di accesso sicuro.

Ad esempio non utilizzando connessioni wifi completamente aperte e free.

  • Creando una rete VPN.

Utilizzando la VPN infatti si crea una corsia preferenziale dove transitano dati tra il computer che si utilizza ed il server aziendale, senza rischio di intercettazione degli stessi.

  • Creando (a seconda delle esigenze) una rete protetta da pw per le connessioni di lavoro.

Se si lavora da casa, si dovrebbero mantenere perciò separati i dispositivi domestici da quelli aziendali (qualora si subisca un attacco sulla rete domestica, non sono compromessi i dati sensibili della rete aziendale).

  • Aggiornando regolarmente (anche programmandoli con specifici software) applicazioni e sistemi operativi di tutti i dispositivi utilizzati.
  • Gestendo efficacemente gli accessi da dispositivi e applicazioni, utilizzando e cambiando regolarmente password complesse (memorizzazione anche tramite software).
  • Usando in maniera consapevole e sicura le mail.

Ad esempio, non devono essere aperti gli allegati né cliccati collegamenti di mail provenienti da sconosciuti; anche quando la mail sembra provenire da fonte attendibile, andrebbe sempre controllato l’indirizzo mail del mittente.

  • Installando Anti-Malware/Anti-Virus.
  • Prevedendo un piano di risposta ad eventuali attacchi informatici.

Azienda e dipendente devono essere istruiti e pronti a reagire in caso di attacco, in modo da rispondere repentinamente ed in maniera controllata ad una minaccia, presunta o reale.

  • Prevedendo un backup costante, ridondante, sicuro.

Che il salvataggio avvenga su supporti fisici o virtuali, ci si assicura che i dati non vengano persi, in caso di attacco o cancellazione.

A chi spettano le spese di gestione?

Oltre al problema sulla sicurezza, non è ancora chiaro a carico di chi debbano essere le spese di gestione del proprio ufficio “alternativo”. Dal decreto sul lavoro agile, si evince che il datore è anche responsabile del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnatigli per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Dunque il dipendente potrà ricevere le attrezzature (pc, stampante, tablet, ecc.), ma non si stabilisce a chi spettino i costi della connessione internet, ad esempio. Rispettando pedestremente la norma, questa prevede il pari trattamento tra lavoratore agile e dipendente; d’altro canto il primo non affronta spese di trasferta.

A questo punto sta dunque al datore decidere come gestire queste spese. Se il lavoratore agile sceglie di appoggiarsi ad un ufficio all’interno di un business center, il datore potrebbe assumersi l’onere del noleggio dell’ufficio in condivisione. Se il lavoratore utilizza una stanza della propria casa, potrebbe essere trovato un accordo col datore di lavoro per quello che riguarda la connessione internet, a compensazione delle spese di trasferta, che in questo caso il lavoratore non avrebbe da sobbarcarsi.

 

_Elena

sicurezza

Smart working e sicurezza

Portando il lavoro fuori dall’ufficio tradizionale, è comunque garantita la sicurezza?

Secondo l’Articolo 18 Lavoro Agile punto 2, “il datore di lavoro è responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. All’interno del decreto sul lavoro agile non viene dunque esplicitamente chiarita la differenza tra sicurezza relativa agli strumenti di lavoro e quella relativa al luogo prevalente di svolgimento dello stesso. Nel primo caso, la sicurezza deve essere garantita dall’impresa. Nel secondo caso, la sicurezza non può essere imputata al datore, che per definizione del lavoro agile, dovrebbe ignorare il luogo di svolgimento. Ma vediamo che tipi di sicurezza dovrebbero essere garantiti.

Tipi di sicurezza

  • Sicurezza del luogo di lavoro

Nella forma, cambia in funzione del luogo di lavoro. Che questo sia casa oppure bar oppure postazione in coworking, o ufficio condiviso in un business center. La sicurezza del luogo di lavoro, che normalmente è garantita dal datore di lavoro, fuori dall’ufficio tradizionale assume connotati meno definiti. Non è ancora stato reso chiaro questo passaggio del decreto sullo smart working.

Anche i lavoratori in smart working hanno comunque diritto ad essere assicurati dall’azienda, su malattie professionali ed infortuni. Ammesso che dipendano da rischi legati alla prestazione lavorativa svolta in casa. Qualora l’infortunio fosse connesso all’attività svolta, rientrerebbe negli infortuni sul lavoro. Non è chiaro però se la stessa cosa valga anche per coloro che decidano di appoggiarsi a spazi di coworking o business center.

  • Sicurezza informatica

Da questo punto di vista, deve esserci in primis una preparazione dei dipendenti, in merito alla sicurezza informatica. Il dipendente deve essere consapevole dei danni che può recare all’azienda lavorando da remoto. Dunque deve essere preparato a seguire una serie di norme. Ogni singolo dipendente dovrebbe collaborare con l’azienda. Questa, dal canto suo, dovrà ricorrere a tutti gli strumenti necessari affinché la rete dei dati che escono dalla stessa sia comunque al sicuro. Spetterà così all’azienda il ricorso ad esempio alla figura professionale dell’IT o Network Security Manager. Questa figura deve lavorare per la creazione di una rete non attaccabile, anche portando la stessa fuori dalle pareti dell’ufficio.

Ovviamente non tutte le aziende sono disposte ad accollarsi le spese per la gestione della sicurezza informatica.

  • Sicurezza del lavoratore

Abbiamo detto che il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del proprio dipendente “agile”. La normativa prevede che in questo senso, venga consegnato al dipendente stesso ed al rappresentante dei lavoratori, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta. In questa devono essere evidenziati i rischi generali e specifici connessi alla modalità di esecuzione del rapporto di lavoro.

Il lavoratore secondo il decreto, ha poi diritto alla tutela contro gli infortuni che possano avvenire nel tragitto casa-lavoro. Questo è inteso come luogo prescelto dal lavoratore stesso, fuori dall’azienda.

Sicurezza e privacy

La sicurezza del lavoratore potrebbe anche essere compromessa dal punto di vista della privacy. Il lavoro agile infatti da la possibilità al datore di lavoro di entrare nella vita privata del dipendente. In che modo? Con una connessione illimitata al luogo di lavoro, il lavoratore potrebbe esporre la propria vita privata alla mercè del datore, dando accesso a quest’ultimo ad una serie di dati personali che prima non avrebbe mai considerato. Oltre a consentire in maniera non autorizzata il controllo, sul dipendente, da parte del datore.

Ad esempio, tramite la webcam si potrebbero involontariamente mostrare dati privati, riguardanti stile di vita, appartenenza politica, religiosa, ecc.

Le così evolute app di controllo della produttività, potrebbero compromettere la privacy del dipendente, che ad oggi è sì regolata per le aziende tramite il GDPR, ma così poco chiara e anzi antica, per quello che riguarda questo tipo di violazioni sul privato.
Un altro caso è quello nel quale il datore fornisce al dipendente un pc, un tablet, un telefono aziendale.

In questo caso, non rappresenta violazione della privacy leggerne eventualmente i messaggi presenti. Questo, secondo quanto previsto dal comma 3 dell’articolo 4 sull’utilizzo delle informazioni raccolte e acquisite attraverso agli strumenti di lavoro. Tutti gli strumenti di cui è dotato il lavoratore dall’azienda, infatti, sono strumento di lavoro e come tale il dipendente è informato che il datore di lavoro potrebbe accedere ai dati presenti ed utilizzarli. La normativa in questo senso è molto chiara, esplicitando infatti che tutti gli strumenti di lavoro, come tali, non dovrebbero mai contenere dati sensibili di chi li utilizza. E così, la speranza per il lavoratore di utilizzare anche per i propri dati personali i dispositivi fornitigli, svanisce, o meglio, qualora ne conservi, ne deve essere pronto a pagare le conseguenze.

 

_Elena

relax

Il diritto alla disconnessione

La tecnologia che rende sempre connessi

Essere lontani dalla postazione di lavoro tradizionale, oggi non rende i professionisti più distaccati dal lavoro. Anzi: la tecnologia permette di essere sempre connessi. Dunque se da un lato si è sempre più fisicamente distaccati dal proprio ufficio, si è sempre più connessi digitalmente con lo stesso. Si è raggiungibili sempre ed ovunque. E per quanto lo smart working in Italia, attraverso il Ddl su lavoro autonomo e agile (Legge 81/17), abbia regolato il tempo da dedicare al lavoro e alla vita privata, tramite il “diritto alla disconnessione”, noi stessi decidiamo di non staccarci dal lavoro. Tutti abbiamo la curiosità di sapere cosa sta accadendo, e anche quando possiamo dedicarci ad altro, decidiamo di occupare comunque il nostro tempo libero con la tecnologia. Anche nel tempo libero infatti, vogliamo mantenere il contatto con la realtà “parallela” per non rimanere estranei ai fatti o non aggiornati.

Inoltre, il rischio di immergersi troppo nel proprio lavoro è dietro l’angolo. Non avendo le pause programmate, ci si potrebbe dimenticare di sgranchirsi le gambe. Questo però va contro i principi stessi dello smart working, che prevede di lavorare ai propri ritmi per migliorare il delicato equilibrio tra vita professionale e vita privata. In questo senso, ne abbiamo già parlato in questo articolo, esistono applicazioni ad hoc, che programmano le pause.

Lavoro flessibile e reperibilità

Il lavoro flessibile non deve significare assolutamente reperibilità 24h. Ecco che in quest’ottica, alcune aziende propongono l’accesso a determinati applicativi lavorativi solo in determinati range di orario.

Oppure permettono di impostare la segreteria telefonica o la risposta automatica alle email, al di fuori di determinati orari.

Il giusto tempo per se stessi

Ormai non siamo più in grado di trovare il tempo per noi stessi. Così, alcune aziende provano a “guidare” la disconnessione del dipendente dal lavoro. Lo fanno principalmente perché la produttività del dipendente è strettamente legata al suo benessere e senso di appagamento. Dunque viene data la possibilità al dipendente di scegliere/accedere a particolari benefit.

Psicologicamente, infatti, il lavoratore è più contento di avere maggiore tempo libero piuttosto che un maggior stipendio (sempre che possa scegliere, ovviamente).

Quali sono questi benefit?

  • Smart working

In primis, il ricorso delle aziende allo smart working. Ne abbiamo parlato molto spesso. Si tratta di uno strumento che da la possibilità anche solo per qualche giorno al mese di gestire i propri tempi lavorativi come meglio la persona reputi. Non è però l’unico metodo al quale le aziende ricorrono per migliorare il welfare dei propri dipendenti.

  • Servizi utili alla persona

Alcune aziende pagano, al posto degli straordinari, servizi utili alla persona, quali lavanderia, baby sitting, pulizie. In altri casi ed in aziende più worker-friendly, viene anche data la possibilità di accedere a servizi quali assistenza sanitaria integrativa, buoni pasto, incentivi per nidi e trasporti, formazione, assistenza e assicurazioni, contributi di previdenza, mutui e borse di studio.

Anche alcune aziende italiane quali Lamborghini, Bonfiglioli, Ducati, hanno dato la possibilità ai lavoratori di scegliere tra stipendio più alto oppure più tempo libero; nella stragrande maggioranza i dipendenti scelgono il tempo, che equivale anche a risparmiare soldi tra ore di asilo, baby sitter ecc. potendo seguire personalmente anche solo per qualche preziosa ora in più i propri figli.

  • Car pooling aziendale

Ricorrono al car pooling aziendale, ossia all’utilizzo condiviso di automobili private tra dipendenti, per il tragitto casa-lavoro. Oltre al risparmio di tempo e denaro, meno emissioni, meno traffico, meno fatica a trovare parcheggio.

  • Attività sportive

Alcune aziende svedesi danno invece la possibilità ai propri dipendenti di dedicarsi ad attività sportive, durante l’orario di lavoro.

  • Asilo nido aziendale

Non è una novità che le aziende mettano a disposizione nidi aziendali.

  • Paga flessibile

Lo stipendio viene normalmente accreditato, per ogni azienda, un periodo fisso del mese. Alcune aziende rivoluzionano questo concetto, dando la possibilità al lavoratore di scegliere quando vedersi accreditata la paga mensile. Tramite una applicazione il dipendente può scegliere quando essere pagato. Così potrà avere maggiore controllo delle proprie finanze.

Il lavoratore formato ed informato

Il dipendente andrebbe però in quest’ottica formato, ossia dotato degli strumenti per poter scegliere, tra le potenzialità che l’azienda offre, quale servizio possa essere più adatto per se stesso e la sua famiglia. Certamente, qualcuno non può scegliere tra più soldi o più tempo: è un “dilemma” che solo dipendenti con un reddito non basso possono porsi, in quanto la maggior parte dei lavoratori non può permettersi di rinunciare ad uno stipendio più alto.

 

_Elena

smart production

Operai e smart working

E se anche gli operai potessero lavorare in smart working?

Con “Industria 4.0” si intende l’ondata di innovazione digitale nei processi operativi, dal punto di vista manifatturiero e logistico. Scopo: migliorare le condizioni di lavoro ed aumentare produttività e qualità produttiva degli impianti.

L’Industria 4.0 passa dalla smart production e dagli smart services. La prima rappresenta l’insieme di tecnologie produttive che creano collaborazione tra le varie parti aziendali – operatore, macchina, strumenti. I secondi, sono tutti gli strumenti informatici che collaborano per integrare sistemi e aziende.

La sfida non è impossibile. La digitalizzazione e l’innovazione tecnologica renderanno possibile lo smart working anche per chi oggi lavora alla catena di montaggio. La manutenzione potrebbe infatti in futuro venire eseguita in remoto.

Sono innumerevoli i vantaggi che porta con sé lo smart working, dunque perché non portarlo oltre gli uffici? Nelle fabbriche, nei punti vendita, negli ospedali, nelle filiali, in produzione?

Che cos’è la smart production?

Tecnicamente, la smart manufacturing ha l’obiettivo di ottimizzare le varie fasi di progettazione, realizzazione e distribuzione del prodotto. Si basa su tecnologie IT e produttive sempre più avanzate, per portare al massimo la flessibilità dei processi. Nell’ottica dell’aumento della produttività.

Per favorire la connessione tra le risorse, la smart production deve prevedere l‘applicazione di tecnologie digitali (come ad esempio il cloud). Queste devono necessariamente essere associate a tecnologie produttive (ad esempio produzione automatizzata, stampa 3D).

Una rivoluzione nel modo di lavorare

Il ricorso a nuove tecnologie produttive, permette di lavorare in modo nuovo in fabbrica. Infatti la loro applicazione prevede netti miglioramenti nella produzione, per esempio in fase di prototipazione o di riparazione. Utilizzando queste tecnologie operative, l’azienda ne beneficia in termini di produzione e di interazione (minori vincoli). Inoltre, vengono create nuove opportunità di business (ad esempio può aumentare facilmente la varietà produttiva) e richieste nuove competenze da parte del personale.

Si tratta di un processo di cambiamento anche a livello organizzativo. Mira a rendere flessibili i tempi e gli spazi di lavoro di tutti coloro che si occupano delle varie fasi dei processi. Dunque in fase di approvvigionamento, produzione, logistica, post vendita. Processi atti alla consegna del prodotto o servizio al cliente finale. Il centro deve sempre rimanere la persona, con le sue esigenze.

L’aiuto delle macchine in questo senso è essenziale. Con l’evoluzione informatica che stanno subendo, queste ultime saranno in grado nel giro di poco tempo di prendere parte a funzioni sempre più strategiche ed organizzative. Potranno così essere d’aiuto, in collegamento col calendario degli impegni del personale, nella programmazione dei turni. Oppure potranno svolgere ruoli sempre più chiave per la misurazione della salute fisica del personale.

Tecnologia a favore dell’uomo

Il centro rimane il lavoratore. Nell’ottica della smart production, ad esempio, i dipendenti che eseguono lavorazioni di routine, standardizzate e ripetitive, sprecano le loro energie. Queste, potrebbero invece essere impegnate per sviluppare soluzioni più efficienti e svolgere attività più produttive per l’azienda. In sostanza la smart production prevede l’uso smart del tempo e la conoscenza delle esigenze dei lavoratori.

Non si tratta di una sostituzione della forza-lavoro (da uomo a macchina). È un aiuto da parte della tecnologia nel mantenere alta la soddisfazione del personale e la produttività aziendale. Tecnologie digitali altamente specializzate potranno essere adottate dalle aziende per aumentare la cooperazione delle risorse e dei processi operativi, interni ed esterni alla fabbrica.

Welfare e produttività aziendale rimangono i punti chiave, sui quali deve ruotare l’evoluzione dei macchinari. Certamente deve essere svolta una preparazione delle figure preposte. Così, responsabili del personale e tecnici delle automazioni dovranno utilizzare un linguaggio comune che permetta loro di dialogare, nell’ottica di mantenere fisso l’obiettivo finale.

Aziende in fase di sperimentazione

Hanno deciso di partecipare a questa sfida alcune grandi aziende quali Edison, Tetra Pak, Volvo, UBI Banca. In queste aziende è infatti in corso dal 2014 un progetto di sperimentazione, volto a definire se ed in che modo sia possibile la sinergia tra persone e macchine, a favore del benessere e della produttività. Dunque, per capire se lo smart working può evolvere nella catena di montaggio in smart production.

Un’altra azienda nel pieno della fase di sperimentazione della smart manifacturing è la Omron, colosso giapponese dell’elettronica. L’azienda sta verificando l’applicabilità della produzione intelligente.

Cosa deve fare un’azienda per diventare “smart”?

Prendiamo un caso pratico, della Ormon, appunto.

Per poter applicare pienamente la smart production, si è reso necessario innanzitutto fondare una buona architettura integrata, che consenta uno scambio informativo su più livelli. L’azienda ne ha beneficiato in differenti modi. Innanzitutto, può effettuare la manutenzione predittiva, che consente mediante determinate tecnologie di individuare quanto tempo manca al guasto. In secondo luogo, può effettuare il controllo verticale, che permette di individuare e modificare i componenti delle fasi del processo che portano ad una bassa efficienza. In terzo luogo, ne beneficia nel controllo dei tempi di attesa e di conseguenza dell’immagazzinamento delle scorte.

Stabilita una potente architettura integrata, per raggiungere l’ottimizzazione dei processi produttivi, l’azienda procede alla fase di ricerca, raccogliendo dati. La raccolta dei dati può avvenire tramite monitoraggio accurato delle fasi produttive, con ausilio di macchinari sensorizzati e connessi tra loro, oltre che dotati di capacità di storage.

Infine, deve esserci la possibilità in qualunque momento di “entrare” all’interno dei sensori stessi, per cambiarne i parametri di lavoro. Questo per funzionalità diagnostiche, di cablaggio, del monitoraggio da remoto e di configurazione dei sensori.

L’azienda usufruisce inoltre dei vantaggi della smart production mediante tre elementi di sistema. Si tratta di lettori di Qr code, per la tracciabilità dei prodotti. Inoltre Intelligenza Artificiale, per eliminare i cosiddetti “fermi macchina”. A questi va aggiunta la robotica.

E le altre aziende?

Non tutte le aziende possono permettersi di realizzare e gestire una infrastruttura estremamente evoluta ed integrata come quella realizzata da Omron. Certo l’azienda giapponese rappresenta un ottimo esempio di applicabilità della smart production. Infatti sebbene in fase di sperimentazione, sta già portando i suoi frutti a livello di produttività. Gli imprenditori potrebbero dunque usare l’esempio di Omron come spunto, per rendere più smart le loro aziende.

 

_Elena