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Smart working e sicurezza

Portando il lavoro fuori dall’ufficio tradizionale, è comunque garantita la sicurezza?

Secondo l’Articolo 18 Lavoro Agile punto 2, “il datore di lavoro è responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. All’interno del decreto sul lavoro agile non viene dunque esplicitamente chiarita la differenza tra sicurezza relativa agli strumenti di lavoro e quella relativa al luogo prevalente di svolgimento dello stesso. Nel primo caso, la sicurezza deve essere garantita dall’impresa. Nel secondo caso, la sicurezza non può essere imputata al datore, che per definizione del lavoro agile, dovrebbe ignorare il luogo di svolgimento. Ma vediamo che tipi di sicurezza dovrebbero essere garantiti.

Tipi di sicurezza

  • Sicurezza del luogo di lavoro

Nella forma, cambia in funzione del luogo di lavoro. Che questo sia casa oppure bar oppure postazione in coworking, o ufficio condiviso in un business center. La sicurezza del luogo di lavoro, che normalmente è garantita dal datore di lavoro, fuori dall’ufficio tradizionale assume connotati meno definiti. Non è ancora stato reso chiaro questo passaggio del decreto sullo smart working.

Anche i lavoratori in smart working hanno comunque diritto ad essere assicurati dall’azienda, su malattie professionali ed infortuni. Ammesso che dipendano da rischi legati alla prestazione lavorativa svolta in casa. Qualora l’infortunio fosse connesso all’attività svolta, rientrerebbe negli infortuni sul lavoro. Non è chiaro però se la stessa cosa valga anche per coloro che decidano di appoggiarsi a spazi di coworking o business center.

  • Sicurezza informatica

Da questo punto di vista, deve esserci in primis una preparazione dei dipendenti, in merito alla sicurezza informatica. Il dipendente deve essere consapevole dei danni che può recare all’azienda lavorando da remoto. Dunque deve essere preparato a seguire una serie di norme. Ogni singolo dipendente dovrebbe collaborare con l’azienda. Questa, dal canto suo, dovrà ricorrere a tutti gli strumenti necessari affinché la rete dei dati che escono dalla stessa sia comunque al sicuro. Spetterà così all’azienda il ricorso ad esempio alla figura professionale dell’IT o Network Security Manager. Questa figura deve lavorare per la creazione di una rete non attaccabile, anche portando la stessa fuori dalle pareti dell’ufficio.

Ovviamente non tutte le aziende sono disposte ad accollarsi le spese per la gestione della sicurezza informatica.

  • Sicurezza del lavoratore

Abbiamo detto che il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del proprio dipendente “agile”. La normativa prevede che in questo senso, venga consegnato al dipendente stesso ed al rappresentante dei lavoratori, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta. In questa devono essere evidenziati i rischi generali e specifici connessi alla modalità di esecuzione del rapporto di lavoro.

Il lavoratore secondo il decreto, ha poi diritto alla tutela contro gli infortuni che possano avvenire nel tragitto casa-lavoro. Questo è inteso come luogo prescelto dal lavoratore stesso, fuori dall’azienda.

Sicurezza e privacy

La sicurezza del lavoratore potrebbe anche essere compromessa dal punto di vista della privacy. Il lavoro agile infatti da la possibilità al datore di lavoro di entrare nella vita privata del dipendente. In che modo? Con una connessione illimitata al luogo di lavoro, il lavoratore potrebbe esporre la propria vita privata alla mercè del datore, dando accesso a quest’ultimo ad una serie di dati personali che prima non avrebbe mai considerato. Oltre a consentire in maniera non autorizzata il controllo, sul dipendente, da parte del datore.

Ad esempio, tramite la webcam si potrebbero involontariamente mostrare dati privati, riguardanti stile di vita, appartenenza politica, religiosa, ecc.

Le così evolute app di controllo della produttività, potrebbero compromettere la privacy del dipendente, che ad oggi è sì regolata per le aziende tramite il GDPR, ma così poco chiara e anzi antica, per quello che riguarda questo tipo di violazioni sul privato.
Un altro caso è quello nel quale il datore fornisce al dipendente un pc, un tablet, un telefono aziendale.

In questo caso, non rappresenta violazione della privacy leggerne eventualmente i messaggi presenti. Questo, secondo quanto previsto dal comma 3 dell’articolo 4 sull’utilizzo delle informazioni raccolte e acquisite attraverso agli strumenti di lavoro. Tutti gli strumenti di cui è dotato il lavoratore dall’azienda, infatti, sono strumento di lavoro e come tale il dipendente è informato che il datore di lavoro potrebbe accedere ai dati presenti ed utilizzarli. La normativa in questo senso è molto chiara, esplicitando infatti che tutti gli strumenti di lavoro, come tali, non dovrebbero mai contenere dati sensibili di chi li utilizza. E così, la speranza per il lavoratore di utilizzare anche per i propri dati personali i dispositivi fornitigli, svanisce, o meglio, qualora ne conservi, ne deve essere pronto a pagare le conseguenze.

 

_Elena

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Il diritto alla disconnessione

La tecnologia che rende sempre connessi

Essere lontani dalla postazione di lavoro tradizionale, oggi non rende i professionisti più distaccati dal lavoro. Anzi: la tecnologia permette di essere sempre connessi. Dunque se da un lato si è sempre più fisicamente distaccati dal proprio ufficio, si è sempre più connessi digitalmente con lo stesso. Si è raggiungibili sempre ed ovunque. E per quanto lo smart working in Italia, attraverso il Ddl su lavoro autonomo e agile (Legge 81/17), abbia regolato il tempo da dedicare al lavoro e alla vita privata, tramite il “diritto alla disconnessione”, noi stessi decidiamo di non staccarci dal lavoro. Tutti abbiamo la curiosità di sapere cosa sta accadendo, e anche quando possiamo dedicarci ad altro, decidiamo di occupare comunque il nostro tempo libero con la tecnologia. Anche nel tempo libero infatti, vogliamo mantenere il contatto con la realtà “parallela” per non rimanere estranei ai fatti o non aggiornati.

Inoltre, il rischio di immergersi troppo nel proprio lavoro è dietro l’angolo. Non avendo le pause programmate, ci si potrebbe dimenticare di sgranchirsi le gambe. Questo però va contro i principi stessi dello smart working, che prevede di lavorare ai propri ritmi per migliorare il delicato equilibrio tra vita professionale e vita privata. In questo senso, ne abbiamo già parlato in questo articolo, esistono applicazioni ad hoc, che programmano le pause.

Lavoro flessibile e reperibilità

Il lavoro flessibile non deve significare assolutamente reperibilità 24h. Ecco che in quest’ottica, alcune aziende propongono l’accesso a determinati applicativi lavorativi solo in determinati range di orario.

Oppure permettono di impostare la segreteria telefonica o la risposta automatica alle email, al di fuori di determinati orari.

Il giusto tempo per se stessi

Ormai non siamo più in grado di trovare il tempo per noi stessi. Così, alcune aziende provano a “guidare” la disconnessione del dipendente dal lavoro. Lo fanno principalmente perché la produttività del dipendente è strettamente legata al suo benessere e senso di appagamento. Dunque viene data la possibilità al dipendente di scegliere/accedere a particolari benefit.

Psicologicamente, infatti, il lavoratore è più contento di avere maggiore tempo libero piuttosto che un maggior stipendio (sempre che possa scegliere, ovviamente).

Quali sono questi benefit?

  • Smart working

In primis, il ricorso delle aziende allo smart working. Ne abbiamo parlato molto spesso. Si tratta di uno strumento che da la possibilità anche solo per qualche giorno al mese di gestire i propri tempi lavorativi come meglio la persona reputi. Non è però l’unico metodo al quale le aziende ricorrono per migliorare il welfare dei propri dipendenti.

  • Servizi utili alla persona

Alcune aziende pagano, al posto degli straordinari, servizi utili alla persona, quali lavanderia, baby sitting, pulizie. In altri casi ed in aziende più worker-friendly, viene anche data la possibilità di accedere a servizi quali assistenza sanitaria integrativa, buoni pasto, incentivi per nidi e trasporti, formazione, assistenza e assicurazioni, contributi di previdenza, mutui e borse di studio.

Anche alcune aziende italiane quali Lamborghini, Bonfiglioli, Ducati, hanno dato la possibilità ai lavoratori di scegliere tra stipendio più alto oppure più tempo libero; nella stragrande maggioranza i dipendenti scelgono il tempo, che equivale anche a risparmiare soldi tra ore di asilo, baby sitter ecc. potendo seguire personalmente anche solo per qualche preziosa ora in più i propri figli.

  • Car pooling aziendale

Ricorrono al car pooling aziendale, ossia all’utilizzo condiviso di automobili private tra dipendenti, per il tragitto casa-lavoro. Oltre al risparmio di tempo e denaro, meno emissioni, meno traffico, meno fatica a trovare parcheggio.

  • Attività sportive

Alcune aziende svedesi danno invece la possibilità ai propri dipendenti di dedicarsi ad attività sportive, durante l’orario di lavoro.

  • Asilo nido aziendale

Non è una novità che le aziende mettano a disposizione nidi aziendali.

  • Paga flessibile

Lo stipendio viene normalmente accreditato, per ogni azienda, un periodo fisso del mese. Alcune aziende rivoluzionano questo concetto, dando la possibilità al lavoratore di scegliere quando vedersi accreditata la paga mensile. Tramite una applicazione il dipendente può scegliere quando essere pagato. Così potrà avere maggiore controllo delle proprie finanze.

Il lavoratore formato ed informato

Il dipendente andrebbe però in quest’ottica formato, ossia dotato degli strumenti per poter scegliere, tra le potenzialità che l’azienda offre, quale servizio possa essere più adatto per se stesso e la sua famiglia. Certamente, qualcuno non può scegliere tra più soldi o più tempo: è un “dilemma” che solo dipendenti con un reddito non basso possono porsi, in quanto la maggior parte dei lavoratori non può permettersi di rinunciare ad uno stipendio più alto.

 

_Elena

smart production

Operai e smart working

E se anche gli operai potessero lavorare in smart working?

Con “Industria 4.0” si intende l’ondata di innovazione digitale nei processi operativi, dal punto di vista manifatturiero e logistico. Scopo: migliorare le condizioni di lavoro ed aumentare produttività e qualità produttiva degli impianti.

L’Industria 4.0 passa dalla smart production e dagli smart services. La prima rappresenta l’insieme di tecnologie produttive che creano collaborazione tra le varie parti aziendali – operatore, macchina, strumenti. I secondi, sono tutti gli strumenti informatici che collaborano per integrare sistemi e aziende.

La sfida non è impossibile. La digitalizzazione e l’innovazione tecnologica renderanno possibile lo smart working anche per chi oggi lavora alla catena di montaggio. La manutenzione potrebbe infatti in futuro venire eseguita in remoto.

Sono innumerevoli i vantaggi che porta con sé lo smart working, dunque perché non portarlo oltre gli uffici? Nelle fabbriche, nei punti vendita, negli ospedali, nelle filiali, in produzione?

Che cos’è la smart production?

Tecnicamente, la smart manufacturing ha l’obiettivo di ottimizzare le varie fasi di progettazione, realizzazione e distribuzione del prodotto. Si basa su tecnologie IT e produttive sempre più avanzate, per portare al massimo la flessibilità dei processi. Nell’ottica dell’aumento della produttività.

Per favorire la connessione tra le risorse, la smart production deve prevedere l‘applicazione di tecnologie digitali (come ad esempio il cloud). Queste devono necessariamente essere associate a tecnologie produttive (ad esempio produzione automatizzata, stampa 3D).

Una rivoluzione nel modo di lavorare

Il ricorso a nuove tecnologie produttive, permette di lavorare in modo nuovo in fabbrica. Infatti la loro applicazione prevede netti miglioramenti nella produzione, per esempio in fase di prototipazione o di riparazione. Utilizzando queste tecnologie operative, l’azienda ne beneficia in termini di produzione e di interazione (minori vincoli). Inoltre, vengono create nuove opportunità di business (ad esempio può aumentare facilmente la varietà produttiva) e richieste nuove competenze da parte del personale.

Si tratta di un processo di cambiamento anche a livello organizzativo. Mira a rendere flessibili i tempi e gli spazi di lavoro di tutti coloro che si occupano delle varie fasi dei processi. Dunque in fase di approvvigionamento, produzione, logistica, post vendita. Processi atti alla consegna del prodotto o servizio al cliente finale. Il centro deve sempre rimanere la persona, con le sue esigenze.

L’aiuto delle macchine in questo senso è essenziale. Con l’evoluzione informatica che stanno subendo, queste ultime saranno in grado nel giro di poco tempo di prendere parte a funzioni sempre più strategiche ed organizzative. Potranno così essere d’aiuto, in collegamento col calendario degli impegni del personale, nella programmazione dei turni. Oppure potranno svolgere ruoli sempre più chiave per la misurazione della salute fisica del personale.

Tecnologia a favore dell’uomo

Il centro rimane il lavoratore. Nell’ottica della smart production, ad esempio, i dipendenti che eseguono lavorazioni di routine, standardizzate e ripetitive, sprecano le loro energie. Queste, potrebbero invece essere impegnate per sviluppare soluzioni più efficienti e svolgere attività più produttive per l’azienda. In sostanza la smart production prevede l’uso smart del tempo e la conoscenza delle esigenze dei lavoratori.

Non si tratta di una sostituzione della forza-lavoro (da uomo a macchina). È un aiuto da parte della tecnologia nel mantenere alta la soddisfazione del personale e la produttività aziendale. Tecnologie digitali altamente specializzate potranno essere adottate dalle aziende per aumentare la cooperazione delle risorse e dei processi operativi, interni ed esterni alla fabbrica.

Welfare e produttività aziendale rimangono i punti chiave, sui quali deve ruotare l’evoluzione dei macchinari. Certamente deve essere svolta una preparazione delle figure preposte. Così, responsabili del personale e tecnici delle automazioni dovranno utilizzare un linguaggio comune che permetta loro di dialogare, nell’ottica di mantenere fisso l’obiettivo finale.

Aziende in fase di sperimentazione

Hanno deciso di partecipare a questa sfida alcune grandi aziende quali Edison, Tetra Pak, Volvo, UBI Banca. In queste aziende è infatti in corso dal 2014 un progetto di sperimentazione, volto a definire se ed in che modo sia possibile la sinergia tra persone e macchine, a favore del benessere e della produttività. Dunque, per capire se lo smart working può evolvere nella catena di montaggio in smart production.

Un’altra azienda nel pieno della fase di sperimentazione della smart manifacturing è la Omron, colosso giapponese dell’elettronica. L’azienda sta verificando l’applicabilità della produzione intelligente.

Cosa deve fare un’azienda per diventare “smart”?

Prendiamo un caso pratico, della Ormon, appunto.

Per poter applicare pienamente la smart production, si è reso necessario innanzitutto fondare una buona architettura integrata, che consenta uno scambio informativo su più livelli. L’azienda ne ha beneficiato in differenti modi. Innanzitutto, può effettuare la manutenzione predittiva, che consente mediante determinate tecnologie di individuare quanto tempo manca al guasto. In secondo luogo, può effettuare il controllo verticale, che permette di individuare e modificare i componenti delle fasi del processo che portano ad una bassa efficienza. In terzo luogo, ne beneficia nel controllo dei tempi di attesa e di conseguenza dell’immagazzinamento delle scorte.

Stabilita una potente architettura integrata, per raggiungere l’ottimizzazione dei processi produttivi, l’azienda procede alla fase di ricerca, raccogliendo dati. La raccolta dei dati può avvenire tramite monitoraggio accurato delle fasi produttive, con ausilio di macchinari sensorizzati e connessi tra loro, oltre che dotati di capacità di storage.

Infine, deve esserci la possibilità in qualunque momento di “entrare” all’interno dei sensori stessi, per cambiarne i parametri di lavoro. Questo per funzionalità diagnostiche, di cablaggio, del monitoraggio da remoto e di configurazione dei sensori.

L’azienda usufruisce inoltre dei vantaggi della smart production mediante tre elementi di sistema. Si tratta di lettori di Qr code, per la tracciabilità dei prodotti. Inoltre Intelligenza Artificiale, per eliminare i cosiddetti “fermi macchina”. A questi va aggiunta la robotica.

E le altre aziende?

Non tutte le aziende possono permettersi di realizzare e gestire una infrastruttura estremamente evoluta ed integrata come quella realizzata da Omron. Certo l’azienda giapponese rappresenta un ottimo esempio di applicabilità della smart production. Infatti sebbene in fase di sperimentazione, sta già portando i suoi frutti a livello di produttività. Gli imprenditori potrebbero dunque usare l’esempio di Omron come spunto, per rendere più smart le loro aziende.

 

_Elena

connessione

Smart working: gli strumenti utili

Lavorare bene ed essere più produttivi, non significa necessariamente stare tra le mura dell’ufficio, ma crearsi il giusto ambiente di lavoro, ovunque esso sia. Per fare ciò, sono necessari: la giusta mentalità (da parte in primis del datore di lavoro, ma anche di base del lavoratore), i giusti strumenti “fisici” (forniti dall’azienda ed integrati in funzione delle proprie necessità) ed i giusti strumenti “virtuali”.

I requisiti per lo smart working: l’infrastruttura

Innanzitutto, l’impresa deve strutturarsi e mettere quindi il dipendente nella condizione di lavorare anche fuori dall’ufficio. La postazione di lavoro dovrebbe essere fedelmente riprodotta da remoto. La connessione internet deve essere valida e garantita. La privacy deve essere mantenuta (l’azienda dovrà investire in modo da garantire la sicurezza dei dati che dall’azienda stessa escono). Inoltre, l’azienda dovrà dotare il lavoratore di una infrastruttura adeguata.

Grazie alla tecnologia, l’impresa può dotare il lavoratore smart dei giusti strumenti virtuali. Il ricorso al cloud è fondamentale nello smart working, per poter svolgere la propria mansione e mantenere il contatto con colleghi e capi. Grazie al cloud, infatti, oggi è permessa la consultazione, l’utilizzo e la modifica dei documenti presenti in ufficio, da qualunque dispositivo in qualunque posto. Bisogna essere autorizzati e possedere credenziali di accesso, e il gioco è fatto.

Scegliere dove lavorare

Lavorare da remoto non significa necessariamente lavorare da casa. Se non si vuole (per non portare il lavoro nella vita privata) o non si può (non si ha lo spazio fisico) lavorare da casa, ci si può appoggiare a spazi ad hoc, come i coworking. Numerose applicazioni aiutano nella ricerca di spazi in funzione della zona e delle caratteristiche ricercate. DeskNear.me permette di trovare la “scrivania” desiderata, nel mondo. WorkSnug si basa su feedback dei clienti, per trovare non solo coworking, ma spazi con connessione internet e le condizioni ambientali idonee. ShareDesk permette di trovare spazi di coworking o uffici arredati, nel mondo.

Gli strumenti fisici per il lavoro da remoto

Oltre alle applicazioni ed alla consultazione di documenti da remoto, l’azienda dovrà fornire all’impiegato i giusti mezzi fisici per poter lavorare da casa. Smartphone, cuffie, pc e tablet, webcam, strumenti per consentire le videochat e gli aggiornamenti in tempo reale con lo spazio di lavoro. Il lavoratore può poi apportare le proprie modifiche a ciò che dall’azienda gli viene fornito.

Un’ottima alternative alle cuffie auricolari, ad esempio, per isolarsi dai rumori di fondo (presenti in casa o nello spazio di coworking, con il vicino costantemente al telefono) sono le cuffie professionali wireless “noise-cancelling”, per sentire e farsi sentire meglio.

E’ possibile utilizzare sul proprio pc, in ufficio o da remoto, l’app F.lux. Questa adatta la luminosità dello schermo al momento della giornata, per non affaticare la vista.

Una caricabatterie prtatile o “power bank” potrebbe essere fondamentale per poter ricaricare sempre ed ovunque i propri dispositivi. Specie per lo smart worker che lavori al di fuori delle quattro mura.

Le app utili allo smart worker

Sono molte le applicazioni on line, facilmente utilizzabili, che con differenti scopi permettono di lavorare da remoto.

  • Controllo

    TeamViewer o equivalenti, un sistema che tramite credenziali di accesso, rende possibile accedere al desktop del proprio pc o direttamente del server, in ufficio.

  • Condivisione di documenti

    Google Drive permette di trascinare in cloud in cartelle suddivise tutti i documenti che si vogliono avere a disposizione ovunque. Permette anche di condividerne la visualizzazione (in modalità sola lettura o con possibilità di porre modifiche) con altri utenti registrati ed autorizzati. WeTranfer consente di spedire velocemente via mail contenuti anche molto pesanti.

  • Firma di documenti

    Docusign consente la firma elettronica di documenti on line.

  • Telefonate

    Skype, app in voga ormai da anni, permette call conference e videochiamate. Messagenet o simili, basati sulla tecnologia VoIP (dunque necessitano di linea internet), molto utile per chiunque non si appoggi alla linea fissa, ma voglia comunque un numero di telefono. Il numero è gestito tramite app sul proprio smartphone o tramite trasferimento di chiamata. Whatsapp può tornare utile, qualora si abbia a disposizione un telefono aziendale, per condividere velocemente informazioni in gruppi dedicati.

  • Check-list

    Evernote è un’applicazione che consente di organizzare e condividere note.

  • Monitoraggio e condivisione delle attività lavorative

    Basecamp consente di monitorare le attività lavorative, comunicare con colleghi e responsabili, pianificare progetti. Asana e Trello permettono di lavorare in team da remoto, Trello in particolare, consente non solo di condividere progetti e to-do-list con altri utenti, ma anche di assegnare i singoli task dei membri del team; permette di gestire promemoria e checklist. Slack è strumento di comunicazione aziendale che permette tra il resto di effettuare scambi informativi e di business. Idonethis invia quotidianamente report su attività e progressi dei lavoratori connessi.

  • Fatturazione

    Expensify consente tramite foto, di salvare sul proprio smartphone documenti come fatture e di registrarli in contabilità. Utile in aggiunta ai programmi che eventualmente fornisce l’azienda per fatturare.

  • Registrazione vocale

    Dragon Dictation, app di registrazione vocale, offre la possibilità di dettare messaggi e testi in genere, anziché scriverli, risparmiando tempo. Any.do, sempre tra le applicazioni atte alle to-do-list, ha lo scopo di appuntare liste di attività grazie però al riconoscimento vocale.

  • Calendari

    GoogleCalendar o applicativi equivalenti, permettono di programmare le attività, gli eventi, le prenotazioni, gli appuntamenti, in condivisione con il proprio team di lavoro. Così tutti ne rimangano aggiornati in tempo reale.

Le app per gestire le pause

Lavorare da remoto significa gestire il proprio tempo nel migliore dei modi; esistono così una serie di applicazioni nate con lo scopo di gestire le pause.

Da un lato, è più facile distrarsi. Arriva in soccorso RescueTime: lasciata in background, monitora la quantità di tempo speso nelle varie attività, bloccando i siti precedentemente da noi indicati come potenziali distrazioni.

D’altro canto, si rischia di non staccare mai la spina. Per questo è nata FocusBooster, che tiene traccia dei tempi di lavoro, suddividendo le attività da svolgere in task di 25 minuti di durata (intervallate da 5 minuti di pausa).

 

_Elena

pendolari

Il viaggio a lavoro

I pendolari italiani, secondo il rapporto 2018 del Censis, sono 13 milioni ed impiegano in media 80 minuti per gli spostamenti lavorativi giornalieri.

La destinazione del viaggio lavorativo

Al di là dei casi estremi di chi per lavoro deve muoversi da una meta ad un’altra (ad esempio hostess e steward), solitamente l’obiettivo di chi viaggia per lavoro è raggiungere una destinazione. Questa può essere l’azienda di riferimento oppure un cliente, dove presentare un prodotto o effettuare un sopralluogo. Per farlo, i tempi possono variare estremamente. Vi sono casi in cui la meta è ad esempio una piattaforma, e il lavoratore è costretto a stare lontano da casa anche per diversi mesi all’anno. Oppure, il lavoratore può stare nella meta designata solo per qualche giorno al mese. Ancora, il pendolare “costante” è colui che indipendentemente dal mezzo di trasporto, compie lo spostamento in giornata, più o meno distante, per tutto il mese lavorativo.

Come si raggiunge il posto di lavoro?

Sono molti i modi in cui si raggiunge il posto di lavoro. A piedi, in bicicletta, in auto, in treno, in battello o nave, in bus, in aereo. Normalmente, in funzione della distanza e della disponibilità dei mezzi. Il lavoratore può essere dotato di auto aziendale, oppure di auto propria percependo rimborso chilometrico. Il viaggio può avvenire in maniera solitaria oppure condivisa, con colleghi o sconosciuti. È il caso di pullman aziendali che “raccolgono” i lavoratori ai caselli autostradali, oppure dei viaggiatori che condividono il posto auto.

Anche gli stessi mezzi pubblici possono variare: ad esempio, a Milano tra i mezzi più utilizzati vi è la metropolitana; a Venezia, il battello.

I passatempi di chi viaggia per lavoro

Il passatempo più classico del viaggio in auto è la radio, strumento utilizzato anche da chi viaggia in treno, aereo o taxi. Se non è la radio è la musica di proprio gusto, tramite cuffie e app dedicate. Un buon metodo per passare il tempo è leggere un libro, meglio se di piacere, ma può anche essere argomento di approfondimento lavorativo. C’è chi viaggia non “sprecando” il proprio tempo, ma lavorando sul laptop, comunque, grazie alla connessione wifi ed alla presa di corrente. Altri passano il tempo aggiornandosi sulle news tramite il buon vecchio giornale cartaceo o abbonamento all’app. Qualcuno gioca, tramite videogiochi da scaricare sul telefono. Alcuni semplicemente chiacchierano col vicino, conosciuto o meno.

Lo stress da viaggio

La recente ricerca del Journal of Occupational and Environmental Medicine, ha evidenziato che le ore di viaggio verso il luogo di lavoro hanno un impatto sulla salute, anche mentale, dei lavoratori. Chi viaggia per circa 20 notti al mese, ha più probabilità di sviluppare disturbi (quali dipendenza da fumo o da alcool, cattiva qualità del sonno, depressione, sedentarietà, ansia), rispetto a chi per lavoro viaggia da una a sei notti in un mese.

Sebbene in maniera proporzionata, anche il pendolare giornaliero subisce una forma di stress. Uno studio dell’Office for National Statistics ha evidenziato infatti che i pendolari costretti a lunghi viaggi per raggiungere la sede di lavoro, sono più probabilmente insoddisfatti e ansiosi di coloro che non viaggiano, anche se ricevono stipendi più alti.

In cerca della sedentarietà

Qualcuno invece, non viaggia affatto: sono i lavoratori da casa e gli smart workers. I primi hanno deciso di dedicare una stanza della propria abitazione a studio. I secondi hanno deciso di interrompere il ritmo frenetico casa-ufficio almeno per qualche giorno al mese. A volte, gli smart workers comunque sono pendolari, ma verso un luogo più comodo alle loro esigenze (è il caso dei lavoratori agili che si appoggiano a spazi di coworking).

In Svizzera, per ridurre il pendolarismo, la cooperativa Village Office ha creato una rete di uffici condivisi, portando il coworking nelle città più piccole del Paese. Il progetto non è dedicato ai cosiddetti nomadi digitali (freelance e indipendenti), ma agli impiegati d’ufficio, il costo infatti è a carico del datore di lavoro.  Questo, per ridurre in viaggio di lavoro dei dipendenti (e dunque tutti i problemi derivanti) a solo 15 minuti da casa.

 

_Elena